Gli Uffizi e Chiara Ferragni: facciamo a capirci

Ne hanno già parlato in molti. Intellettuali, giornalisti, critici, esperti di marketing. La notizia della Ferragni agli Uffizi è una bomba che hanno tirato su una popolazione in sofferenza, che non vede l’ora di armarsi contro qualcuno. Decine di persone, haters, che si sono rivoltati contro questo connubio, chiedendo addirittura ad alta voce, di levare quella foto dal social Instagram, perché irritante, vergognosa, oltremodo controproducente, imbarazzante e chi più ne ha più ne metta.  Ma qui la cosa è leggermente più complessa, perché nulla è lasciato al caso, perché parliamo di una donna che smuove miliardi, perché parliamo del Museo più visitato al mondo.

Prima del Covid.

Chiara Ferragni davanti alla Venere del Botticelli nella Galleria degli Uffizi di Firenze

Già. Il Museo adesso è in grande difficoltà economica, un po’ come tutto, tutti, ma sappiamo bene che la cultura sta soffrendo molto e fatica a ripartire. Firenze, la culla del Rinascimento, annaspa nella ripresa. Quindi il discorso non è semplicemente che ci fa la Ferragni agli Uffizi. Dovremmo provare a levarci di dosso quella fastidiosa prurigine e cercare di capire. 

I musei, tutti ma in special modo quelli italiani, stanno vivendo un momento abbastanza delicato dal punto di vista economico. La Ferragni era agli Uffizi per uno shooting di moda dedicato al mercato dell’Est. Certo non era una visita di piacere, ma non è la prima volta che un brand come quello della Ferragni viene utilizzato per riportare in auge luoghi cosiddetti culturali. Sempre la stessa, qualche settimana fa, si era fatta immortalare all’interno dei Musei Vaticani. La risposta sui social ma anche sui giornali, non si è fatta attendere. Ma esattamente, cosa ci disturba di questa azione? La Ferragni che va al museo, il social media manager che fa un paragone infelice, lo sfruttamento di un luogo di cultura? 

Siamo sinceri, è da tempo che musei vengono utilizzati anche per altro. Fino a poco tempo fa mi scandalizzavo, e molto, perché gradi luoghi culturali venivano usati come set per cene di gala per grandi società. Adesso il mio pensiero è diverso, anche se in realtà non riesco a farmi un’idea chiara e precisa.

Le due anime che vivono in me sono in forte contrapposizione: da un lato la comprensione verso questi musei che cercano in tutti i modi di ripartire, dall’altro la sensazione che la ripartenza non possa passare da queste cose qui. La verità, come sempre, forse è nel mezzo.

Il punto da cui partire è il brand. Gli Uffizi sono un brand, la Ferragni è un brand. Se due brand si uniscono, creano un marketing più forte. Un solido connubio. Ci stupisce e ci dispiace che la cultura da sola non riesca a riemergere, ma d’altronde le cifre parlano chiaro. È di pochi giorni fa la notizia proveniente dall’Europa di ulteriori tagli alla cultura, e non è un caso che, in vista dell’ultima seduta del Consiglio europeo (17 e 18 luglio), 45 personalità di spicco della cultura – citiamo per comodità solo la Abramovic -, si sono rivolte ai leader dell’unione Europea. «La cultura europea si trova nel mezzo di una crisi e il modo in cui i politici ora decideranno di rispondere definirà la scena culturale e creativa della nostra Unione per il prossimo decennio. È giunto il momento per l’Europa di essere ambiziosa e investire nel suo futuro creativo perché la cultura è il terreno fertile dal quale la prossima generazione europea si unirà e fiorirà. Mostriamo alle prossime generazioni europee che tipo di futuro vogliamo offrire loro».

Ecco, forse è da qui che bisognerebbe ripartire, dal senso della cultura, dal valore che vogliamo dargli, dall’importanza che ha per noi, tutti. 

Un fallimento c’è stato è ovvio. Altrimenti non si spiegano tante cose. Abbiamo fallito noi divulgatori, sempre stretti nella nostra bolla, ogni giorno più picco; hanno fallito i politici, sempre più ignari di ciò che la cultura significhi. Da qualche parte bisogna pur ripartire. Allora forse, e dico forse, il problema non è la Ferragni, ma siamo noi tutti, incapaci di creare consenso attorno a qualcosa di meravigliosamente affascinante, l’arte.

(to be continued) 

Anche meno

“Plin plon”
Volevo dire a tutti quelli che non conoscono Cattelan, che già nel 1999 aveva attaccato al muro qualcosa, anzi qualcuno, il suo gallerista, che è anche il gallerista più importante che abbiamo noi.
Quindi non capisco tutto questo stupore. Lo dico ora nonostante mi fossi ripromessa di stare zitta, ma dopo avere visto Cotral appiccicare un pezzo di panettone al muro non ce l’ho fatta più.

Vi siete fatti prendere un po’ la mano.